1992, la serie che rievoca le macerie

Fosse stata una sterile docu-fiction relativa all’inchiesta ‘Mani pulite’, probabilmente, ‘1992’ non si sarebbe chiamata così. Ma, forse, semplicemente ‘Tangentopoly’ (con la ‘y’ che internazionalizza) o, per assecondare le sempreverdi manie ossessive di chi si nutre di thriller, ‘La stagione dei suicidi’.

1992, la serie che rievoca le macerie

Ma ‘1992’ – la nuova serie di Sky, su Atlantic e Cinema 1 dal 24 marzo 2015 – è qualcosa, anzi molto, di più. Durante i backstage né la troupe né tantomeno il regista sono riusciti ad individuarla in quanto a genere. Il che, evidentemente, denota come l’esperimento artistico di creare ex novo un manifesto socio-storico-politico-generazionale sia andato a buon fine. ‘1992’ è, in attesa dell’evoluzione della storia e della carnificazione emotiva dei personaggi, il racconto d’una stagione, tanto recente quanto travagliata. Perché ha cambiato l’imprenditoria (o meglio: il modo, truffaldino, di vivere e morire, di una generazione di imprenditori) e la Repubblica. Il passaggio dalla prima alla seconda, d’altra parte, è strettamente legato alla figura di Di Pietro – Antonio Gerardi – che però, nella fiction, è tutt’altro che figura centrale. Perché il magistrato buono che combatte un’Italia intera di corrotti e corruttori ne sgretola le fondamenta ma poi scompare, per far spazio ad un’intera costellazione di personaggi (alcuni più, altri meno, improbabili) che costituiscono i fulcri vitali dell’entertainment. C’è il pubblicista rampante incaricato da un altrettanto spregiudicato Dell’Utri di “salvare la Repubblica delle banane”; la soubrettina disposta a (concedersi in tutto e per) tutto pur di fare TV; il guerrigliero non particolarmente intelligente che la nascente Lega Nord sgrezza e porta con sé in parlamento; il poliziotto auto-selettivo che, per motivi personali, intraprende una battaglia contro il potente di turno e quasi viene rappresentato, per esigenze poetico-sceneggiaturiali, come il vero motore recondito del pool.

Ecco perché ‘1992’, a molti, non ha entusiasmato. Perché i buoni – quelli veri – sono rappresentati come tali. Asciutti, efficaci, saggi: e per questo non spettacolari. E perché i cattivi – altrettanto veri – sono spregiudicati, arroganti, letali. Ovvero, gli stessi ‘normalissimi’ delinquenti che hanno fatto cadere un’intera stagione della politica e dell’imprenditoria, rovinando per sempre anche quella successiva. Perché la crisi etica ed economica di questi anni è inevitabilmente figlia non (solo) di tangentopoli quanto di quella generazione corrotta. Ed i 30enni di questa epoca – categoria alla quale appartiene chi scrive – esausti naufraghi sull’isola dell’indeterminatezza perché prodotti dei 40enni del 1992.

Quando ogni appalto veniva assegnato in funzione del gioco delle percentuali ai partiti. Quando in televisione si faceva ‘Non è la Rai’ per destrutturare l’apparato mentale di giovani donne – future elettrici – e vendere gli spazi pubblicitari compresi tra le loro ingenue forme femminili ad eccitati venditori di brugole. Quando Dell’Utri metteva in piedi, utilizzando il comparto pubblicitario di Fininvest, il partito che di lì a poco avrebbe dominato la scena politica obnubilando le menti degli spettatori che lo stesso Notte di Accorsi assimila, freddamente, a degli ingenui “scolaretti di terza media”. Quando era l’HIV la malattia di cui avere paura e non il cancro. Quando nascevano le cosiddette show-girls, e capivano che il passaggio fondamentale per fare carriera era concedersi al potente di turno: perché la meritocrazia, in un Paese come quello – e, di rimando, come questo – iniziava a non esistere. Ma anche di Aleandro Baldi che vince Sanremo giovani con ‘Non amarmi’, dei “miliardi di lire”, degli abiti di Armani, del grande Milan e dei primi telefoni cellulari. E del crollo delle romantiche convinzioni di chi, nella Bologna degli anni ’70, era di sinistra. E che, negli anni ’90, immerso nella rivoluzione berlusconiana della politica, si ritroverà a vendere le sue capacità a chi gli prospetta di cambiare il Paese.

Non amarmi

Non si fraintenda: oltre a tutto questo c’è anche un risultato tecnicamente al di sopra di qualsiasi altra serie (della TV) generalista. In primis: c’è la qualità d’ogni altro prodotto seriale Sky, che garantisce cura maniacale dei dettagli, della fotografia, delle musiche, delle interpretazioni – a parere di chi scrive, però, un gradino al di sotto sia di ‘Gomorra’che di ‘Romanzo Criminale’ – , della regia – asciutta ma coinvolgente, seppur strategicamente sobria -, della sceneggiatura, della fotografia e, di rimando, del prodotto finale. Un motivo in più, magari, un giorno, per ‘Striscia la notizia’ (ammiraglia della televisione stessa che Leonardo Notte s’appresta ad esaminare per vendere meglio), per spoilerarne il finale. Peccato che il 1992 sia solo recente passato, e non un talent-show: ed, in quanto tale, non passibile d’esplorazione romanzata degli sviluppi. Ecco perché, tutto sommato, #1992laserie resta un frammento di storia da cui deriviamo direttamente, e di cui, se vogliamo conoscerci davvero, non possiamo fare a meno. Il confine tra fiction e realtà, d’altro canto, è fissato lì dove finisce la memoria ed inizia l’attualità. Labile, trasparente, sottilissimo. Che quasi si mescola, che ci crediate o no, con la storia. E se proprio non ci riuscite, per capacità o per voglia, non conta. L’importante – come dice Notte -, è piuttosto far finta di crederci.

1992-stefano-accorsi