Afghanistan: una missione senza senso

AFGHANISTAN NEWS – 52 famiglie a lutto, 52 casi di disperazione, 52 i caduti italiani in Afghanistan in quella missione che di pace ha poco o nulla.
Ancora una volta i nostri militari hanno subito un attacco, questa volta a sud di Herat mentre erano impegnati in un’operazione di pattugliamento con l’esercito afgano.
Pesante il bilancio per la truppa italiana: tre i feriti, ma il caporale Tiziano Chierotti, di 24 anni, non ce l’ha fatta, lasciando nella totale disperazione la sua famiglia.

A questo punto è giusto chiedersi il senso di questa missione, a che serva mandare al macello tanti giovani che credono in un’ideale che non è lo stesso dei governanti che li ha mandati a morire in nome di una causa non meglio identificati.
Ancora una volta ci comportiamo da vassalli” dei guerrafondai americani, pronti a costruire le fortune delle proprie imprese industriali belliche su guerre sparse per il mondo, indipendentemente dal coloro della pelle dei loro presidenti.

E’ fin troppo evidente che queste missioni diventano inderogabili solo quando si tratta di interventi mirati, dove ci si può impadronire di pozzi di petrolio, gestire il traffico di droga locale (come in Afghanistan), di appropriarsi di ricchezze altrui.
Non vediamo missioni ed impegno militare americano in Africa, dove la gente muore di fame, e di petrolio e ricchezze neanche a parlarne.

Eppure, dal 2004 siamo impegnati nella missione Isaf che sino ad oggi ci ha regalato 52 vittime, poca cosa rispetto alle migliaia di morti che annovera l’esercito americano tra Iraq ed Afghanistan.
Contiamo, tra le nostre fila sei militari morti ogni anno, a causa di scontri a fuoco, agguati, ma anche incidenti e suicidi.
Per i nostri soldati l’Afghanistan è una terra senza futuro, culturalmente lontana anni luce dal nostro modo di essere.
E proprio in quest’occasione è il caso di ricordare Giovanni Bruno, il primo militare italiano a morire in quella missione. Era Il 3 ottobre 2004, mentre viaggiava, insieme ad altri quattro commilitoni, il veicolo finisce fuori strada, e per il caporal maggiore Giovanni Bruno non c’è nulla da fare.

La nostra stampa è poco propensa a impegnarsi in una campagna di stampa contro quest’assurda guerra camuffata da missione di pace. I nostri mass media ai morti dell’Afghanistan preferiscono il processo Ruby o la postuma redenzione di Lele Mora.
Nella vana attesa che qualcosa cambi, ci auguriamo di non celebrare l’ennesima vittima di un attacco annunciato.