Arrestato Cosimo D’Amato. Forniva il tritolo per le stragi mafiose

Si chiama Cosimo D’Amato, ha 57 anni e vive a Santa Flavia in un comune nei pressi di Palermo. Fa il pescatore e non ha alcun precedente penale ma tuttavia ha una parentela macchiata dal sangue. Cugino di primo grado del boss palermitano Cosimo Lo Nigro condannato per le stragi mafiose del ’92, sarebbe stato lui a fornire l’esplosivo per la strage di Capaci del 23 maggio del 1992. Il suo nome salta fuori grazie alla confessione del neo collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, ex uomo di fiducia del boss di Brancaccio. D’amato è ritenuto responsabile per aver fornito ingenti quantitativi di tritolo recuperato in mare da residuati bellici, e messo a punto per le stragi da via Fauro a Roma del 14 maggio 1993 al fallito attentato all’Olimpico del 23 gennaio 1994.

Stamattina gli investigatore della Dia di Firenze lo hanno arrestato in seguito ad un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del capoluogo toscano Anna Favi, su richiesta della Procura che indaga sulle stragi mafiose del 1993 a Firenze (Via Georgofili il 27 maggio), Roma (Via Fauro il 14 maggio del 1993, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro il 28 luglio ’93 e allo Stadio Olimpico il 23 gennaio del 1994) e Milano (via Palestro il 27 luglio). ma anche per l’eccidio di Capaci in cui furono uccisi persero la vita il magistrato antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro.

D’Amato è così accusato di strage, devastazione e di detenzione di ingenti quantitativi di esplosivo, per aver concorso agli attentati, tra l’altro, con i boss Totò Riina, Bernardo Provenzano, Filippo e Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. In base a quanto riportato dall’accusa, l’uomo dopo aver recuperato il tritolo lo consegnava direttamente al commando predisposto dal boss Francesco Tagliavia. Tagliavia è stato l’ultimo boss ad essere stato condannato in primo grado a Firenze, nel 2011, per le stragi. Gli investigatori risalirono a Tagliavia grazie alle testimonianze del collaboratore Gaspare Spatuzza.