Berlusconi: ‘Non poteva non sapere’ i discorsi dell’ovvietà e le prove concrete

CronacaBerlusconi: 'Non poteva non sapere' i discorsi dell'ovvietà e le prove concrete

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berluconi-non-poteva-non-sapereBERLUSCONI – Una bufera su una frase ‘Non poteva non sapere‘ riportata in un’intervista condotta dal giornalista Antonio Manzo, de il Mattino, al giudice Antonio Esposito, il presidente del processo più importante per la storia d’Italia. Il giudice è furibondo e nega a spada tratta di aver pronunciato quelle parole, ma il direttore del Mattino ha deciso poi di pubblicare on line la parte incriminata che riporta le ‘parole non dette’ da Esposito. Tuttavia le considerazioni sul “non poteva non sapere” ci sono ma se lo fate presente al giudice si arrabbia tantissimo:

Per me c’è un solo testo di questa intervista, l’unico che io ho autorizzato dopo un’attenta lettura perché tutto si può dire di me, tranne che sono un fesso. No, non sono nato ieri, non sono affatto un fesso

Ma ora noi vi spieghiamo perché il ‘non poteva non sapere’ ci sta anche bene nel processo fatto nei confronti di Silvio Berlusconi, l’ex premier accusato di aver frodato il fisco tramite le società legate al gruppo di sua proprietà, ovvero Mediaset/Finivest. Innanzitutto la condanna non proviene da quella frase anche se sembra calzare a pennello, ma da una valanga di prove che testimoniano le tesi dei magistrati avanzate in venti anni.

Tuttavia lui, il signor B, come ama definirlo ‘Il Fatto Quotidiano’, essendo al vertice dei vertici avrebbe dovuto sapere i movimenti finanziari che andavano a consumarsi nella sua azienda. Una deposizione importante è stata rilasciata da Franco Tatò, l’uomo che salvò Finivest dai debiti tra il 1993 e 1995, amministratore delegato del gruppo di Berlusconi: è stato il primo ad ‘inaugurare’ il ciclo di testimonianze circa i diritti televisivi che non passavano sulla sua scrivania, un discorso dal quale era stato praticamente escluso. Le decisioni sui ‘diritti tv’ venivano prese dal diretto interessato e dal suo manager, Carlo Bernasconi.

Fin qui questa testimonianza non può essere contestualizzata come una frode al fisco da parte dell’imputato, ma come attività che Silvio Berlusconi effettuava alle spalle del suo amministratore delegato. Tali attività emergono da altre prove, ovvero dei documenti tramite i quali è stato possibile ricostruire i passaggi che i film e le serie tv facevano partendo dagli Stati Uniti fino ad arrivare in Italia, per mezzo di diverse società offshore che rientrano nell’area ‘Berlusconi/Finivest’. Il punto sta nel fatto che il prezzo dei diritti, prima di arrivare nel perimetro di Mediaset, venivano gonfiati vertiginosamente per ricavarne determinati vantaggi: chi è che lavorerebbe per un utile del cavolo? Infatti alzando i costi si abbattono questi utili e al contempo, tuttavia, si pagano meno tasse di quanto dovuto; tali spese sono ovviamene rendicontante come investimenti, grazie alla legge Tremonti varata durante il governo Berlusconi, dove determinate società, come la Mediaset, avevano diritto a determinate agevolazioni fiscali (se non è frode questa?); ciliegina sulla torta il prezzo di acquisto pagato da Mediaset per la vendita dei prodotti tv finiva nelle casse svizzere di società offshore che fanno capo allo stesso Berlusconi, o delle quali è comunque beneficiario, alimentando, in questo modo, i fondi neri all’estero. Inoltre secondo una pratica conosciuta come ‘Tunneling’, Berlusconi truffava gli azionisti sottraendo risorse di Mediaset dirottandole nei propri portafogli.

Questo meccanismo è stato riconosciuto in molti processi a Silvio Berlusconi, e la testimonianza di Francesco Tatò rafforza le accuse concrete avanzate all’ex premier. Anche se Berlusconi avesse poi abbandonato, almeno in apparenza, l’attività imprenditoriale per occuparsi di politica, non poteva non sapere dell’evasione fiscale che si consumava all’interno del suo gruppo, visto che il denaro ricavato dal rigonfiamento dei diritti andava a finire nelle sue tasche private di conti all’estero. Dunque se lo sapeva prima che finisse di firmare documenti per Mediaset, perché avrebbe dovuto smettere di sapere dopo vedendo i suoi conti correnti lievitare?

Ma queste non sono solo teorie ci sono documenti concreti a testimonianza dei fatti: un esempio arriva dalla 20th Century Fox, i quali sembravano essere a conoscenza di queste ‘diramazione’ di soldi in Svizzera, per mezzo della bocca di un impiegato Mediaset. Come riporta l’International Business Times, era già il 14 dicembre 1994, quando la Lega Nord fece cadere il suo governo, che Mediaset riceveva istruzioni da Berlusconi su come dovessero essere gonfiati i diritti, e questa è la testimonianza di molti uomini e donne di casa Finivest.

C’è la lettera di Frank Agrama che confessa di agire non in modo autonomo, ma come rappresentante di Berlusconi. Ci sono lettere della Paramount – prosegue il giornalista dell’IBT – che riconoscono che le società che facevano capo ad Agrama erano in realtà di Berlusconi. Probabilmente esistono altre prove documentali, come ad esempio 15 anni di documenti contabili caricati su camion e spariti, e il perché si può solo immaginare.

Insomma è stato incriminato da una serie di prove che proprio non passano inosservate, a prescindere dal fatto che ‘non poteva non sapere’. I suoi conti correnti continuavano ad essere alimentati tramite il giochino dei diritti inventato da lui e dai suoi fedelissimi, ed è ovvio che se uno avvia un tale sistema finanziario per vedere lievitare il proprio denaro non può smettere di sapere, anche se diventa spettatore di un sistema partorito dalla propria mente come quello di acquistare diritti televisivi per frodare il fisco.

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