Omicidio Rea: a Salvatore Parolisi “non più 30 anni di carcere”

L’opinione pubblica non è d’accordo sulla decisione presa dalla Corte di Cassazione circa lo sconto della pena nei confronti di Salvatore Parolisi, ex caporalmaggiore, colpevole di aver ucciso la moglie, Melania rea, con 35 pugnalate. Confermato responsabile dell’efferato omicidio, non gli è stata riconosciuta, però, l’aggravante della crudeltà. E per questo motivo chi ha seguito il caso si chiede se 35 coltellate sul corpo della moglie non bastino per essere riconosciuta come una crudeltà. Per la maggior parte delle persone che hanno seguito in prima linea il delitto Rea è una decisione poco lucida, un conflitto di interpretazione forse tra tecnicismo giuridico e umanità.

IL CASO – Salvatore Parolisi è l’ex caporalmaggiore del 235esimo Reggimento Piceno spostato con Melania Rea con la quale ha una bambina, la piccola Vittoria,  che oggi ha cinque anni. All’epoca dei fatti ne aveva solo due. Il militare era innamorato però di un’altra soldatessa, Ludovica Perrone, per la quale avrebbe lasciato Melania, la moglie, anche lei figlia di militari. Melania Rea scopre la relazione del marito, lo perdona e più volte tenta di tenere unita la famiglia intimando anche l’amante del marito di stare lontana dal suo uomo. Ma è lite. Parolisi continua ad avere una doppia vita promettendo all’amante di lasciare la moglie al più presto e, allo contempo, fa credere alla moglie di aver lasciato l’amante. Salvatore Parolisi ad un certo punto si trova ad un bivio, sta per presentarsi ai genitori di Ludovica come nuovo compagno della figlia, fingendo di essersi liberato del matrimonio, e il week-end in cui avrebbe dovuto andare a casa di Ludovica, Parolisi ha un altro piano in mente: esce con la moglie e con la figlia per una passeggiata e uccide la madre della bambina. Il corpo di Melania verrà ritrovato qualche giorno dopo nel bosco delle casermette a Colle San Marco, Ascoli Piceno. La donna uccisa con 35 coltellate attira l’attenzione dei media e l’ex militare, marito della vittima, incomincia ad andare in tv raccontando la sua versione dei fatti professandosi innocente. Attualmente la Cassazione conferma la colpevolezza di Salvatore Parolisi come assassino della moglie, ma gli diminuirà la pena dei trent’anni, non riconoscendogli l’aggravante della crudeltà. Dunque il ricalcolo della pena spetterà alla Corte d’Assise d’appello di Perugia.

La decisione fa indignare l’Italia, tuttavia si tratta di un processo d’interpretazione giuridica. Luana De Vita, psicoterapeuta e criminologa infatti spiega:

o si smette di fare i processi in tv e su facebook e di pensare alla pena comminata come risarcimento o soddisfazione della vittima e di noi spettatori, o si cambia la Costituzione che vuole che la pena del carcere sia l’inizio di una riabilitazione del condannato. Il successo secondo il nostro ordinamento è individuare correttamente il colpevole e che questo si ravveda, non risarcire l’emotività degli spettatori o degli utenti dei social. Inoltre, il compito della Corte di Cassazione è quello di verificare se le procedure siano corrette. Quando ne coglie difformità e inesatezze procedurali chiede appunto, come in questo caso, che siano riviste. Se si decide che la legge è uguale per tutti, è uguale anche per quest’uomo che deve essere giudicato correttamente dai tribunali e secondo il nostro regolamento

Tuttavia la sensazione che accomuna l’opinione pubblica e che mette in discussione l’indulgenza della Cassazione, è che pare non siano state separate accuratamente le due strade imboccate nel delitto che hanno portato ad una decisione a tratti maschilista, calcando la mano su un tecnicismo, senza tener conto di un altro dato, e oggettivamente il movente del delitto: lo stato emozionale che viveva Parolisi e che lo ha condotto al folle gesto. Da un lato c’è il punto di vista maschilista, ambiente dal quale proviene l’ex caporalamaggiore, e dall’altra parte il coinvolgimento emotivo di due relazione che pare vogliano dare la colpa ad entrambe le donne una che amava troppo e un’altra che pretendeva troppo, trattando ancora una volta come un oggetto, messa li, solo per soddisfare le prospettive future di un uomo. Fa male categorizzarlo in questo modo, ma è tuttavia riconosciuto come “delitto passionale”. E intanto De Vita dichiara:

lui ha un’amante, ma non riesce a prendersi la responsabilità delle conseguenze della fine del suo matrimonio: la riprovazione sociale, sul lavoro, la riduzione immediata della condizione economica, la gestione libera del proprio tempo etc. E’ allora che avverte la moglie come un ingombrante fardello, per cui decide di eliminarla proprio fisicamente. E con incredibile furia. Poi tutta quella messinscena successiva ne è la conferma: doveva riabilitarsi anche ai suoi occhi, secondo un sistema valoriale che si voleva dare senza riuscire. L’eliminazione della donna (fisica, metaforica o simbolica come avviene spesso nella nostra cultura) perché percepita come “la colpevole” della mancata realizzazione delle proprie pulsioni e dei propri disegni, delle proprie ambizioni magari, senza che l’uomo sia in grado di assumersi la responsabilità delle azioni, ecco questo, è veramente maschilista. Il numero delle coltellate in sé invece non prova necessariamente la crudeltà, almeno non secondo i parametri della legge. Semmai provano il tipo di relazione che intercorre tra omicida e vittima