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sabato, Luglio 31, 2021

Condannato ginecologo: bimba nasce con sindrome di down

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La vicenda si è conclusa dopo 10 anni dall’abbandono della propria bambina affetta da sindrome di down. Il caso riguarda un ginecologo di Mantova e una coppia di sposi suoi pazienti. La Cassazione ha deciso che il medico dovrà risarcire economicamente i genitori che hanno dato alla luce una bambina down. La colpa del dottore è stata quella di non aver detto tutta la “verità” sulla bambina che la donna portava in grembo.

Denunciato medico che 10 anni fa non ha sottoposto ad analisi necessarie alla sua paziente, partorito bimbo down.

E’ diritto di ogni genitore effettuare tutte le analisi e gli esami necessari per comprendere lo stato di salute del feto e dei rischi collegati alla gravidanza. Ciò che non è successo per questa coppia proveniente dalla Repubblica Ceca. Non hanno avuto margine di scelta i genitori della bambina nata con la sindrome di down. Il ginecologo sapeva che se il feto avesse presentato anomalie i genitori avrebbero deciso di abortire ma nonostante tutto non ha sottoposto la donna ad esami indispensabili come il bi-test, o test combinato, un test facoltativo, ma che viene proposto entro il terzo mese di gravidanza per calcolare la probabilità di malattie nel feto. Precisamente può essere effettuato tra la 10a e 14a settimana di gravidanza: il primo test, detto anche translucenza nucale, misura la plica nucale del feto, che, deve essere inferiore ai 2 mm altrimenti aumenta il rischio di probabilità che sia affetto da malattie cromosomiche (come ad esempio la Sindrome di Down o trisomia 21, la trisomia 18 o la trisomia 13). Il secondo test, invece, consiste nel dosaggio di due proteine (Free Beta-HCG e PAPP-A) a partire da un semplice prelievo di sangue. La combinazione dei due test è la risultante di un calcolo di probabilità, che riguarda la salute del feto.

Gli esiti positivi delle analisi base hanno frenato il dottore, e la signora Libuse S. in prima persona. Non sembrava dunque necessario approfondire gli esami, almeno all’epoca quando aveva solo venti anni visto che era molto giovane e godeva di ottima salute. La donna non fu sottoposta ad analisi accurate come amniocentesi o analisi dei villi coriali (dove è necessario prelevare un campione di tessuto della placenta), o più che altro informata su tutti i tipi di esami utili per rivelare malformazioni al feto che, una volta nato, i genitori hanno deciso di abbandonare.

Dieci anni dopo Libuse S. e suo marito, Marco C., hanno intrapreso una causa di ricorso contro il medico, all’epoca persa. Oggi, in terzo grado di giudizio, hanno vinto la loro battaglia, come al solito in netta contrapposizione con gli orientamenti del ministero della Salute che è molto chiaro: ovvero evitare gli esami inutili o ridondanti che si trasformano in sprechi e gonfiano le liste d’attesa con tanto di sanzioni per il personale medico che non si adegua e per cui i  nostri sanitari battagliano da mesi.

Il medico di Mantova dunque viene condannato in direzione contraria a quello che impone il ministero della Salute. Ad ogni modo l’accusa che gli è stata avanzata non è stata quella di aver omesso determinati esami, ma il rapporto di negligenza con la sua paziente alla quale non aveva spiegato tutti gli accertamenti da fare per verificare lo stato di salute del feto. Tutto è partito dal bi-test che risultava allarmante e dopo il quale aveva il medico gli aveva prescritto solo un’ecografia morfologica oltre la ventiquattresima settimana di gravidanza. Momento in cui la donna non avrebbe più potuto interromperla. La donna era stata chiara sul fatto di voler abortire se la bambina non fosse nato sano e dunque sta qui l’errore del medico, non averla informata su tutti i tipi di analisi alternativi e complementari che avrebbero potuto rilevare problemi al feto.

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