
Nella volata finale della legge di Bilancio, dopo settimane di veti incrociati e riscritture nella maggioranza, nel maxiemendamento arrivato in Senato è comparsa una norma destinata a cambiare – in peggio – l’esito delle cause dei lavoratori sottopagati. Le proteste di opposizioni e sindacati l’hanno costretta a sparire quasi subito: il governo l’ha ritirata prima del voto, riconvocando la Commissione Bilancio (alle 8.30) per stralciarla formalmente dal testo su cui è stata posta la fiducia, insieme ad altre quattro misure finite nel mirino.
l cuore della disposizione era questo: anche quando un giudice accerta che il salario non rispetta l’articolo 36 della Costituzione, il datore di lavoro non sarebbe stato condannabile a pagare differenze retributive e contributive per il periodo precedente al deposito del ricorso – fino a cinque anni, secondo la lettura dei sindacati – se avesse applicato lo “standard” di un contratto collettivo indicato come leader (o equivalente). Un meccanismo già tentato in altri provvedimenti e poi rientrato in manovra, giudicato da più parti estraneo alla legge di Bilancio e a rischio di incostituzionalità: da qui le denunce politiche e la presa di posizione delle confederazioni, che hanno parlato di indebolimento concreto delle tutele salariali.
Una manovra di bilancio pesante
Lo stralcio, però, non si ferma lì: dal maxiemendamento escono anche norme su incarichi e “porte girevoli” nella pubblica amministrazione (inconferibilità di ruoli a soggetti provenienti da enti privati regolati o finanziati dalle stesse amministrazioni, e riduzione del divieto post-incarico da 3 a 1 anno), oltre alle modifiche su collocamento fuori ruolo dei magistrati e disciplina del personale Covip.
Sullo sfondo resta una manovra che, mentre irrigidisce capitoli come pensioni e accessi per lavoratori precoci/usuranti, sembra scaricare i costi su enti locali e ministeri per un orizzonte di austerità pluriennale; e al tempo stesso non tocca – anzi programma – la crescita della spesa per la difesa: +23 miliardi nel prossimo triennio e un percorso che, con l’uscita dalla procedura Ue e l’attivazione di una clausola di salvaguardia quando il deficit/Pil scenderà sotto il 3%, mira fino al 5% del Pil entro il 2035. Il risultato è un testo elefantiaco, un articolo unico con circa 970 commi, che approda poi alla Camera in tempi compressi e con un passaggio sostanzialmente segnato dalla fiducia.

