Nel giorno del Primo Maggio, Giorgia Meloni sceglie il tema del lavoro per rivendicare il nuovo decreto approvato dal Consiglio dei ministri. La premier parla di “salario giusto” e mette al centro un principio politico preciso: gli incentivi pubblici non devono finire a chi comprime i salari, aggira i contratti o costruisce il proprio vantaggio sulla fragilità dei lavoratori. In un post su X, Meloni ha scritto che “le risorse pubbliche devono andare a chi rispetta i lavoratori“, collegando la misura alla volontà di premiare la contrattazione regolare e colpire chi usa contratti pirata.

Il provvedimento, secondo quanto comunicato dal ministero del Lavoro, stanzia 934 milioni di euro per favorire assunzioni a tempo indeterminato entro il 31 dicembre 2026, con misure rivolte in particolare a giovani, donne disoccupate di lungo periodo e lavoratori over 35 nelle aree Zes. Il decreto interviene anche sulle trasformazioni dei contratti a termine in rapporti stabili e introduce norme sul contrasto al caporalato digitale, con attenzione al lavoro gestito tramite piattaforme.
La linea rivendicata dal governo è quella di non introdurre un salario minimo legale generalizzato, ma di legare il concetto di “salario giusto” ai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. È qui che si gioca la parte più politica della misura: lo Stato continua a sostenere le imprese, ma prova a subordinare gli aiuti alla qualità del lavoro offerto. Per Meloni, non basta creare occupazione: bisogna impedire che il denaro pubblico finisca per sostenere modelli fondati su paghe basse, precarietà e concorrenza al ribasso

