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Venezia 83, una sola regista di fiction in concorso: il caso resta aperto

May el-Toukhy è l'unica donna a dirigere da sola un film di fiction tra i 21 titoli che concorrono al Leone d'Oro.

Alla Mostra del Cinema di Venezia 2026 il divario di genere non è rimasto una polemica precedente all’apertura. È diventato parte del racconto dei film. Tra i 21 titoli che concorrono al Leone d’Oro, May el-Toukhy è l’unica donna a dirigere da sola un’opera di finzione, Woman Unknown. Una seconda regista, Rachel Szor, firma insieme a Yuval Abraham il documentario Naza, aggiunto successivamente alla competizione. Il dato richiede precisione: non c’è una sola donna in assoluto in tutta la Mostra, dove le altre sezioni presentano una presenza femminile più ampia. La sproporzione riguarda il concorso principale, la vetrina che assegna il premio più prestigioso e concentra maggiore attenzione internazionale, finanziamenti futuri e possibilità di distribuzione. È qui che l’edizione 83 mostra una regressione evidente rispetto agli anni precedenti.

Venezia 83, una sola regista di fiction in concorso: il caso resta aperto
Fonte Foto: labiennale.org

Woman Unknown porta al centro una donna resa invisibile

Il film di el-Toukhy, presentato domenica 6 settembre, è ambientato nella Danimarca del secondo dopoguerra. La protagonista Marie lavora come domestica e bambinaia nella casa di un ricco vedovo che sta per sposare. La possibilità di diventare finalmente la signora di quella casa viene minacciata dal passato: durante l’occupazione ha avuto una relazione con un soldato tedesco, una colpa sociale che continua a definirla agli occhi degli altri.

Il titolo acquista così un significato che supera la trama. La “donna sconosciuta” è una persona osservata soprattutto attraverso il servizio che offre, il desiderio maschile e la vergogna che la comunità le attribuisce. Il film racconta le donne danesi stigmatizzate dopo la guerra per le relazioni con uomini considerati nemici e mostra come il giudizio collettivo possa sopravvivere molto più a lungo dei fatti che pretende di punire.

May el-Toukhy: il problema è strutturale

Parlando a Venezia, la regista danese di origini egiziane ha respinto l’idea che la scarsità di autrici possa essere spiegata soltanto dalle scelte finali di un festival. Secondo le dichiarazioni raccolte da Reuters, per le donne è ancora più difficile ottenere finanziamenti, costruire una filmografia e accedere ai progetti con i budget necessari per competere nei grandi appuntamenti internazionali.

El-Toukhy ha richiamato anche il persistente “culto del genio maschile”: l’abitudine culturale a presentare l’ambizione e l’autorità degli uomini come segni di talento eccezionale, mentre alle donne viene richiesta una legittimazione continua. La disparità si produce quindi prima della selezione veneziana, nelle scuole, nei rapporti con i produttori, nell’accesso al denaro e nella fiducia accordata a una regista dopo un primo risultato incerto.

La risposta della Mostra e il dato sulle candidature

Il direttore artistico Alberto Barbera ha difeso l’autonomia della selezione e ha segnalato che soltanto il 24 per cento dei film sottoposti alla Mostra era diretto da donne, una quota inferiore a quella dell’anno precedente. È un elemento rilevante, ma non chiude la discussione. Se le opere candidate riflettono già un sistema squilibrato, limitarsi a fotografare l’offerta rischia di trasformare la disuguaglianza iniziale in un risultato apparentemente neutrale.

Sei organizzazioni italiane del settore avevano contestato la composizione del concorso con una lettera aperta già dopo l’annuncio del programma. La presidente della giuria Maggie Gyllenhaal ha a sua volta parlato di un problema sistemico. Nessuna di queste posizioni richiede di considerare automaticamente migliore un film perché diretto da una donna; chiede piuttosto di osservare chi abbia avuto l’opportunità concreta di arrivare al punto in cui la qualità viene valutata.

Il festival seleziona i film, ma contribuisce anche a costruire il canone

Un grande festival non è soltanto il luogo nel quale vengono premiate opere già compiute. La selezione influenza vendite, distribuzione, reputazione e possibilità di realizzare il film successivo. Essere nel concorso di Venezia significa entrare in una narrazione internazionale del cinema contemporaneo: chi rimane sistematicamente fuori dispone di meno occasioni per essere riconosciuto come autore.

Woman Unknown non dovrebbe portare da solo il peso simbolico di rappresentare tutte le registe assenti. Merita di essere giudicato come film, con la stessa libertà critica riservata agli altri titoli. Ma la sua presenza isolata rende visibile una domanda che Venezia non può esaurire con il solo conteggio delle candidature: quante opere potenzialmente competitive non arrivano mai al Lido perché, molto prima, qualcuno ha deciso di non investire nella persona che avrebbe potuto realizzarle?

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