HomePoliticaMeloni pronta alle dimissioni se salta la legge elettorale: il retroscena

Meloni pronta alle dimissioni se salta la legge elettorale: il retroscena

La premier avrebbe legato il destino del governo all'approvazione della riforma. La frase attribuita direttamente a Meloni è: «Le due cose sono collegate».

La sopravvivenza del governo e l’approvazione della nuova legge elettorale sarebbero ormai legate. La formula attribuita a Giorgia Meloni da un retroscena di Repubblica è netta: «Le due cose sono collegate». Ma proprio perché la posta politica è alta, occorre distinguere le parole pronunciate dalla premier dalla ricostruzione dei giornali: Meloni non risulta avere dichiarato pubblicamente «mi dimetto se la legge non passa». Secondo Repubblica e il Corriere della Sera, avrebbe invece fatto capire ai suoi interlocutori che una bocciatura della riforma aprirebbe la strada alle sue dimissioni.

Meloni pronta alle dimissioni se salta la legge elettorale: il retroscena
Foto Wikipedia: @Italian Government

La dichiarazione attribuita a Meloni: «Le due cose sono collegate»

La frase diretta riportata da Repubblica è breve, ma politicamente pesante. Le «due cose» sono il destino dell’esecutivo e l’esito della legge elettorale. Il Corriere della Sera scrive a sua volta che la presidente del Consiglio avrebbe fatto comprendere di essere pronta a lasciare Palazzo Chigi se la riforma venisse bocciata. È dunque corretto parlare di una minaccia politica filtrata attraverso retroscena concordanti; non lo è trasformarla in una citazione più esplicita di quella effettivamente attribuita alla premier.

Il messaggio arriva a pochi giorni dalle dichiarazioni con cui Meloni aveva assicurato di voler restare in carica fino alla fine della legislatura, rivendicando la stabilità del suo governo. Le due posizioni non sono necessariamente incompatibili: la premier afferma di voler proseguire finché può contare su una maggioranza forte, mentre considera il voto sulla riforma una verifica di quella stessa maggioranza. In altre parole, la legge elettorale non sarebbe più soltanto un provvedimento parlamentare, ma un test sulla capacità della coalizione di restare unita.

Perché il governo vuole blindare il voto

Secondo la ricostruzione del Corriere, Meloni avrebbe chiesto di concludere l’esame alla Camera entro il 5 ottobre e di ricorrere alla questione di fiducia. La scelta avrebbe una ragione precisa: evitare nuove sorprese nel voto segreto. Il precedente risale a luglio, quando un emendamento di Fratelli d’Italia sulle preferenze venne respinto per un solo voto, con 187 favorevoli e 188 contrari. Poiché l’opposizione non disponeva da sola dei numeri necessari, quel risultato rese visibili divisioni o defezioni interne al centrodestra.

Porre la fiducia significa costringere ciascun gruppo della maggioranza ad assumersi pubblicamente la responsabilità del voto e trasforma l’esame della riforma in una prova sulla tenuta dell’esecutivo. È questo il vero contenuto della pressione esercitata da Palazzo Chigi: non soltanto ottenere una nuova legge prima delle prossime politiche, ma verificare se Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia siano ancora in grado di sostenere insieme una scelta considerata strategica.

Dimissioni non significa automaticamente elezioni

Anche se Meloni decidesse di dimettersi, il ritorno immediato alle urne non sarebbe automatico. La presidente del Consiglio dovrebbe salire al Quirinale e rimettere il mandato nelle mani del presidente della Repubblica. Spetterebbe poi a Sergio Mattarella avviare le consultazioni per verificare l’esistenza di un’altra maggioranza parlamentare oppure, se non emergessero soluzioni praticabili, sciogliere le Camere e convocare nuove elezioni.

La distinzione è importante anche per leggere correttamente il retroscena. Legare il governo alla legge elettorale aumenta la pressione sugli alleati, ma non consente alla premier di fissare da sola la data del voto. Per ora esiste una frase attribuita direttamente a Meloni – «Le due cose sono collegate» – e una conseguenza politica riferita dai giornali: le dimissioni in caso di sconfitta. La verifica decisiva arriverà in Parlamento, quando ogni componente della maggioranza dovrà trasformare le rassicurazioni in voti.

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