Un canone Rai più basso è diventato tecnicamente possibile, ma non è stato ancora deciso. L’emendamento approvato il 23 settembre nella commissione Ambiente e Lavori pubblici del Senato apre infatti alla riduzione dell’importo solo a una condizione: ogni euro sottratto al gettito del canone dovrà essere sostituito da un finanziamento pubblico equivalente destinato alla Rai.

Per le famiglie, quindi, non cambia nulla nell’immediato. Nel 2026 il canone resta di 90 euro e continua a essere riscosso con le modalità già in vigore. Non è stata stabilita una nuova cifra, non è stata fissata una data per il taglio e la riforma del servizio pubblico deve ancora completare il proprio iter parlamentare.
Che cosa prevede davvero l’emendamento
La proposta, presentata dai relatori Claudio Fazzone e Roberto Rosso di Forza Italia, interviene sul sistema di finanziamento della Rai. Il testo consente di affiancare al canone altre risorse pubbliche e stabilisce che un’eventuale riduzione dell’importo pagato dagli utenti possa avvenire soltanto se lo Stato garantisce una compensazione di pari valore.
È una differenza decisiva. La norma non contiene un taglio automatico, ma costruisce il presupposto giuridico per deciderlo in futuro. Servirebbe comunque un successivo provvedimento, con l’indicazione della nuova cifra e della copertura finanziaria. In altre parole, l’approvazione dell’emendamento non basta a far scendere il canone nella prossima bolletta.
Il relatore Rosso ha presentato la clausola di compensazione come una garanzia di stabilità per il servizio pubblico. La Lega, invece, ha rivendicato l’apertura al taglio come un risultato politico. Sono due letture compatibili solo in parte: una mette al centro la continuità delle risorse della Rai, l’altra il risparmio visibile per chi oggi paga il canone.
Il costo può cambiare voce, non necessariamente scomparire
Se la Rai ricevesse meno denaro dal canone e la differenza arrivasse dalla fiscalità generale, il peso non verrebbe cancellato: cambierebbe il modo in cui è distribuito. È il punto sollevato dalle opposizioni, che parlano di uno spostamento del costo dalla bolletta al bilancio dello Stato. La senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Floridia ha inoltre contestato il rischio di rendere il finanziamento più dipendente dalle decisioni annuali del governo.
La questione riguarda anche l’indipendenza del servizio pubblico. Il regolamento europeo sulla libertà dei media richiede finanziamenti adeguati, sostenibili e prevedibili. Una futura riduzione, perciò, dovrebbe essere valutata non soltanto per il beneficio immediato agli utenti, ma anche per la certezza delle risorse sostitutive e per le garanzie che le accompagnano.
Quando potrebbe scattare il taglio del canone Rai
Al momento non esiste una scadenza. Prima deve concludersi l’esame della riforma Rai al Senato, poi il testo dovrà completare il percorso parlamentare. Anche dopo l’eventuale entrata in vigore, una diminuzione concreta richiederebbe una scelta politica e contabile, con risorse pubbliche già individuate.
La risposta, dunque, è netta: la nuova riforma può rendere possibile un taglio, ma non lo fa scattare da sola. Finché non saranno indicati importo, data e copertura, i 90 euro restano la cifra da considerare. Parlare oggi di canone già ridotto significa confondere una facoltà inserita nel progetto di legge con una decisione che non è stata ancora presa.

