Sallusti in carcere? Non sarà ne il primo e nell’ultimo caso in Italia


CASO SALLUSTI – Spesso ci hanno raccontato che la professione del giornalista è una delle più belle, perché incarna quella voglia di scoprire, di comunicare al mondo sensazioni e stati emotivi, e non è un caso che neanche la televisione è riuscita ad uccidere il giornalismo della carta stampata che ancora attira tanti giovani.

Eppure, la realtà e ben diversa, e il caso di Alessandro Sallusti, di cui tanto si parla e si sparla, ci conferma che viviamo un periodo di censura strisciante, di caste che si proteggono con norme ad hoc per non essere attaccate. Un giornalista incarcerato fa sempre sensazione, ma è anche la conferma che il bavaglio è sempre a portata di mano. Purtroppo, non mancano giornali e giornalisti di parte che spesso infangano la professione con le loro battaglie demagogiche e strumentali, dimenticando che il principale obiettivo, per chi scrive, è la verità.

Sallusti non è e non sarà né il primo, né l’ultimo giornalista incarcerato, poiché la società del progresso e del benessere ha le sue regole, i suoi obiettivi, e guai a disturbare chi opera nell’ombra. Giornalisti ben accetti, purché al servizio del potere, di chi governa ed ha interessa a far filtrare solo alcune notizie, non certo la verità, e l’Italia conferma questo trend, soprattutto negli ultimi mesi.

Sono lontani i tempi delle grandi inchieste, dei presidenti e politici costretti alle dimissioni, della denuncia di guerre di potere per la conquista dei pozzi petroliferi, della denuncia del potere finanziario e delle banche. Anche la camorra, la mafia , la ndrangheta ha i suoi portavoce, pronti a screditare inchieste e magistrati, poliziotti e investigatori.

Per non dimenticare il passato, è bene ricordare ciò che accadde a Giovannino Guareschi, fondatore del Candido, che nel 1954 fu condannato a un anno di carcere per aver diffamato sul suo giornale il democristiano De Gasperi, ed a questa pena, furono sommati altri otto mesi sempre per il reato di opinione, perché il suo settimanale aveva pubblicato una vignetta che derideva l’allora presidente della repubblica.

Durante il suo periodo di “prigioniero”, Guareschi affermò di “sentirsi considerato alla stregua dei più stimati professionisti in rapine, furti con scasso, violenze carnali, omicidi…”.

Un’ironia che ci fa capire qual era il suo stato d’animo, e cosa comporta servire la verità. Le parole non servono se nessuno è disposto ad ascoltarci, e questo pezzo può concludersi solo con un’altra frase di Giovannino Guareschi : “Per rimanere liberi bisogna, a un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione“.